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8 Apr 2019

L'ETÀ DEL FERRO

L'ETÀ DEL FERRO

Author: Riccardo Nencini / Monday, April 08, 2019 / Categories: News, Italia / Rate this article:
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‘Quasi tutti i parlamenti d’Europa non sono che pollai rumorosi, greppie o fogne’ Filippo Tommaso Marinetti, nel primo ‘900.

Il Novecento iniziò con una ventina d’anni di ritardo, archiviata la guerra italo-austriaca. I germi c’erano già ma senza la carneficina del conflitto, senza la rivoluzione russa, senza le speranze disattese, senza lo sconquasso sociale e politico che chiamiamo ‘diciannovismo’, l’Italia non sarebbe stata quella che i nostri nonni ci hanno raccontato.
La guerra, dunque. Generò di tutto, e su più fronti. Innanzitutto l’attesa messianica di un cambiamento radicale che non si realizzò. La ‘vittoria mutilata’ alimentò il discredito verso le democrazie vincitrici, le stesse che imposero la pace di Versailles, e ci rese fieri, almeno in parte, dell’elmo di Scipio calzato da irredentisti risorgimentali e da nazionalisti gonfiati dai reduci dell’Isonzo. L’inflazione e la crisi economica divorarono i risparmi, il portafoglio e lo status sociale della piccola borghesia del tempo. Per lunghi mesi quella classe dimenticò chi fosse, quale ruolo avesse nell’Italia tra il 1919 e il 1922. Era entrata in guerra piena di speranza, ne usciva distrutta, dilaniata, emarginata. E colma di rabbia da riversare in una doppia direzione: verso l’alto, perché i ‘pescecani’ (industriali soprattutto) si erano arricchiti col conflitto, verso il basso perché operai e braccianti, organizzati e protetti dal sindacato, dalle leghe e dal partito socialista, la incalzavano, si protendevano verso la parte mezzana della scala sociale, pronti a scalzarla da lì. Un impetuoso vento di levante, sospinto dalla rivoluzione d’ottobre, spazzava le strade di mezza Italia. I socialisti guardavano alla Russia, solo a ‘fare come in Russia’. Nondimeno, carenti di visione e di una strategia, accrebbero il desiderio di avventura senza mai organizzarlo. Lo declamavano nei comizi, lo ostentavano nei documenti, se ne vantavano in parlamento. Di fatto, non operarono mai perché la meta fosse raggiunta. Per la verità, due obiettivi andarono a segno: migliorarono le condizioni di vita e di lavoro del mondo operaio lottando in parlamento e nelle piazze; con il mito della rivoluzione, favorirono anche loro una reazione senza uguali. Nera!

Il ‘diciannovismo’ si presenta come la somma di più fattori: antiparlamentarismo, antipolitica, paura del futuro, rammarico per il bel tempo andato, un rancore diffuso, una società diversa. Tramontava lo stato liberale ma all’orizzonte non si intravedevano strade alternative altrettanto praticabili. E intanto la marea montava: braccianti illusi dalla promessa di ‘pane e terra’, piccola e media borghesia delle professioni e impiegata nello stato, la classe che aveva fornito quadri all’esercito, impoverita e in allarme permanente, reduci di guerra sbeffeggiati al ritorno a casa, ufficiali smobilitati a languire nella disoccupazione e senza un ruolo, latifondisti e industriali, che con la guerra hanno accumulato grandi fortune, preoccupati per la crescente forza assunta dal movimento socialista. L’Italia ha vinto la guerra, tuttavia l’economia langue, dilaga la disoccupazione e il futuro è incerto. Ai sacrifici sopportati - i morti, i feriti, le famiglie dilaniate dalla guerra e dalla spagnola - non corrispondono né stabilità politica né crescita della qualità della vita - se si toglie parte del mondo agricolo e gli operai, che avevano ottenuto aumenti salariali - e nemmeno il riconoscimento del ruolo internazionale dell’Italia. Scrive lo storico Massimo Salvadori: ‘Il bilancio dello stato mostrava un deficit pauroso (23.345 milioni nel 1918/19 quando nel 1913/14 ammontava a 214 milioni), la moneta si deprezzava, i risparmiatori vedevano i loro capitali polverizzarsi, le tasse e i prezzi crescevano’.

Una situazione che ricorda il presente. L’Italia del primo dopoguerra, l’Italia che da Vittorio Emanuele Orlando a Facta, passando per l’ultimo Giolitti, si consegna a Mussolini, si dibatte in un’emergenza senza precedenti. La riassumo così: crisi della piccola e media borghesia, un deficit di bilancio spaventoso figlio della guerra, alto costo della vita cui corrispondono salari insufficienti, imposizione fiscale decisamente alta, allargamento della forbice tra ricchezza e povertà (chi era già ricco diventa più ricco), crisi dell’industria pesante e della siderurgia, crescente disoccupazione, fortissime tensioni sociali, reduci smobilitati, e tra questi ufficiali e sottufficiali, emarginati e senza lavoro. La caduta del sistema di governo liberale, che il suffragio universale maschile rende palese, genera instabilità e induce a immaginare radicali cambiamenti. Dominano rancore, rabbia, paura, nel proletariato si fa strada la speranza. Dopo il biennio rosso (1919/20), latifondisti e mondo dell’industria inneggiano all’uomo forte. Ancora pochi anni e la Grande Depressione spazzerà via la visione wilsoniana di un’Europa fondata sulla democrazia e sul rispetto delle nazionalità. Un quadro fosco, per nulla lontano dalle previsioni CENSIS per il prossimo futuro.

Eccoci al punto. La formula fu coniata da Karl Marx: ‘La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa‘. Non sempre è così. Siccome la storia non è un giocattolo nelle mani della Provvidenza ma è l’azione umana a determinarne lo sviluppo, e siccome gli uomini sono mossi da sentimenti atavici e da passioni radicate nei secoli - interesse, potere, amore, sopravvivenza, riproduzione - la storia può ripetersi almeno nel suo orientamento generale. I moventi fondamentali non cambiano, la natura umana non si è trasformata così a fondo da aver generato passioni e desideri alternativi a quelli dei nostri arcavoli. Ecco perché la storia può ripetersi. Talvolta può essere complicato scorgerne i tratti comuni, tanto sono mutate le società, nondimeno i fenomeni di massa non sono affatto isolati, circoscritti a un’epoca. Le tragedie possono moltiplicarsi senza escludere la farsa.
A partire dagli anni ‘90 del secolo scorso, l’Italia ha accumulato un pesante gap in termini di competitività economica e sociale rispetto al resto d’Europa, proprio in una fase storica in cui si sono succeduti cambiamenti epocali, tutti sorti con il tramonto degli effetti della pace di Yalta. È l’89 l’anno decisivo, l’anno in cui la storia si rimette in cammino. Altra data da mandare a memoria è la Conferenza di Lisbona. È in quella sede che rilevanti parti della sovranità nazionale vengono delegate al vertice comunitario. Al gap italiano vanno sommate illegalità diffusa, debito pubblico, fragilità delle imprese, un sistema scolastico ricco di eccellenze eppure inadeguato e diseguale. Il divario nord/sud si è acuito, il fenomeno della disoccupazione giovanile ha conosciuto punte ignote in passato. A cavallo degli anni Duemila non c’è stata nessuna rivoluzione liberale, solo una lunga transizione che non ha sciolto i nodi strutturali dell’Italia post Maastricht. Confesso infine che, con il trascorrere degli anni, il giudizio sull’Unione Europea, sul suo operato, ha subito un’evoluzione negativa: euro sganciato da politiche fiscali integrate, eccesso di burocrazia, disattenzione verso la crisi nascente, assenza di una politica estera condivisa proprio quando si stava ridisegnando la cornice mondiale.

Nel 2010, a un paio d’anni dall’esplosione della crisi bancaria americana, quando ormai l’economia presenta segni di forte rallentamento anche in Europa, il quadro italiano si complica. La paura di perdere il proprio tenore di vita si abbatte sul 71% degli italiani. L’allarme scatta ma la voglia di rimboccarsi le maniche, come era avvenuto nel 1992/93, latita. Un’Italia sul filo: si fanno ancora le vacanze, si cambia l’auto, si spende molto nella cura del corpo eppure la pre- occupazione cresce. Si tratta di una preoccupazione che non genera colpi di coda. Aumenta il lavoro nero, cresce la contestazione verso la politica e verso le classi dirigenti, dilaga l’individualismo. Alle tensioni, ai conflitti che avevano contraddistinto un lungo ciclo si sostituisce il deserto. Il governo Berlusconi tranquillizza: aerei e ristoranti pieni, l’economia tira, la nave va. La verità è più complessa. Le nuove generazioni soffrono più dei padri, l’ascensore sociale viaggia a intermittenza. Del futuro non vi è certezza.

Con il governo Monti (novembre 2011-aprile 2013), all’avvio di una fase di risanamento del bilancio dello Stato corrisponde un distacco ancora più profondo tra politica e cittadini. Si allarga anche il bacino dei nuovi poveri, gli italiani disertano le urne, esplode il fenomeno Grillo. Un movimento antisistema che riempie le piazze sotto lo slogan “Vaffa...”. Una sintonia perfetta, sicuramente nella propaganda e nell’uso del vocabolario, col primo fascismo: offese ai politici, ladri e corrotti, colpa loro se il Paese è in questo stato, attacco alle istituzioni, a cominciare dal Capo dello Stato, autentica promozione del qualunquismo. Chi non crede, rilegga le testimonianze dei protagonisti degli albori del fascismo.

L’anno chiave è il 2012. È l’anno in cui implode e dilaga la rabbia perché non si vede soluzione alla crisi che ha travolto il benessere dei cittadini. Due milioni e mezzo di famiglie ha venduto oro e preziosi, 300.000 famiglie si sono private di mobili e oggetti di antiquariato, l’85% dei nuclei familiari ha limitato i consumi, il 40% delle famiglie non arriva alla quarta settimana del mese. Ci si iscrive di meno all’università, si fa strada la cultura del riciclo. L’etica collettiva si deteriora, si moltiplica la sfiducia nella democrazia rappresentativa.

Dal 2012 in poi, benché timidi segnali di crescita economica si manifestino (nell’export, soprattutto, nell’industria meccanica e dell’auto, nel turismo), la rabbia via via si trasforma in rancore. La società è slabbrata, difetta di un racconto corale, manca una spinta condivisa indispensabile a superare l’emergenza. In molti, erroneamente, speravano in un rapido ritorno al passato e invece... Aumentano sia il sommerso sia le distanze sociali, prevale la disintermediazione.

Nel 2016 il reddito complessivo si è ridotto dell’8%. Con differenze inaccettabili: gli over 65 lo hanno visto salire, i più giovani lo hanno visto decrescere di oltre il 25% rispetto agli anni ‘90. Calano entrambi, sia il potere d’acquisto che il ‘potere di vivere’ (Pierre Rosanvallon), il reddito disponibile una volta pagate tasse e servizi primari.

Se l’economia italiana ricomincia a tirare ma i benefici della ripresa non atterrano mai sul tavolo delle famiglie più indigenti e del ceto medio, addirittura premiano il vertice della piramide, allora il rancore si stabilizza, si acuisce, la sfiducia abbraccia la società produttiva, il ceto medio si contrae e pezzi sempre più larghi dell’elettorato si rifugiano nei partiti antisistema. Succede già nel voto del 2013, tuttavia il fenomeno esplode nelle elezioni del 2018. Avanza il populismo in un aggregato possente di antipolitica, nostalgia del passato, paura, assenza di futuro. Non si tratta soltanto di possedere un portafoglio più leggero. Dilaga il terrore per un marcato declassamento sociale. È lì, soprattutto li, l’origine di quel desiderio diffuso di punire gli altri, di castigarli per soddisfare il ‘bisogno di redistribuzione, un desiderio di risarcimento per quello che si sa di dover subire’ (Didier Fassin). Migranti, Europa, chi ha una posizione apicale viene messo nel mirino. Tutti responsabili del nostro malessere. Proprio come 100 anni fa! Il nemico ha cento facce, una nuova ogni giorno.

Del resto, i numeri sono di una chiarezza lampante: il potere d’acquisto è inferiore del 6% rispetto a dieci anni fa (il salario medio è cresciuto di appena 400 Euro dal 2000, in Germania di 5000 E., in Francia di 6000). Diseguaglianze sociali inaccettabili, solitudine, società di mezzo devastata le conseguenze. Gli effetti politici li leggi tutti nei quasi 14 milioni di cittadini che si astengono dalle urne e nel consenso affidato a Lega e grillini.

Siccome il quadro socio-economico non si raddrizzerà in poco tempo, è del tutto probabile che non assisteremo a un ritorno al bengodi. Gli italiani opteranno per soluzioni di tipo bonapartista. Sostiene De Rita, ed io sono d’accordo con lui, che sia possibile addirittura un ‘salto nel buio’.

È di tutta evidenza che non immagino un’Italia in camicia nera, le bastonature e un duce in orbace dietro l’angolo. Tuttavia l’Italia somiglia sempre di più al paese uscito dalla grande guerra. La fine del sistema dei partiti e della società organizzata (penso al ruolo dei sindacati, dell’associazionismo corporativo) ristagna nella crisi durevole della democrazia tradizionale. Il desiderio di un cambiamento profondo viene affidato a movimenti sovranisti che fondano la loro legittimità da una parte sulla ricerca costante di un nemico, dall’altra sul nazionalismo etnico, il contrario della società aperta voluta dai costituenti e soprattutto il contrario di ciò che dovremmo fare per competere nella globalizzazione. Non c’è dubbio. Sul nodo migranti la sinistra si è mossa in modo ambiguo. Due governi di fatto uguali, due politiche opposte quelle messe in campo da Alfano e Minniti. Tuttavia, pur nella gravità del quadro economico ereditato, non sono mancati i provvedimenti che hanno reso l’Italia più solida.

C’è di più. Il vuoto a sinistra, il deserto delle opposizioni. Proprio la fotografia di un periodo infausto, gli anni tra il 1921 e i mesi immediatamente successivi all’omicidio Matteotti.

Allora: la frantumazione dell’universo liberale a partire dalle elezioni del 1919, l’assenza di dialogo tra cattolici e giolittiani, l’estremismo socialista. E non dimentico, affatto, le spedizioni punitive delle squadracce fasciste. Instaurarono il terrore. Il congresso di Livorno mise la pietra tombale su una comunità che aveva reso quell’Italia più libera e più civile. La divisione alimentò le fratture, accese diatribe e conflitti inenarrabili. Furono in pochi a vedere, a intuire la china: Turati, Matteotti, Amendola. Non gli intellettuali più prestigiosi, ne’ Croce ne’ Einaudi. Anzi. Guardarono al fascismo con attenzione. Chi altri? Non la frazione comunista e nemmeno l’ala massimalista del PSI. Ritenevano il fascismo una parentesi, addirittura la testimonianza della fine dello Stato borghese. Non si accorsero che Mussolini inaugurava una fase nuova, decisamente diversa, una rottura netta col passato. Neanche l’omicidio Matteotti aprì loro gli occhi. Eppure, almeno per sei mesi, il governo del duce visse giorni terribili. Isolato, attaccato, incerto sul da farsi. ‘C’era un’Italia che piangeva Matteotti e un’Italia che piangeva Mussolini’ - si disse.
Il primo governo Mussolini, nel 1922, vide dalla sua parte, convintamente dalla sua parte, anche i popolari di De Gasperi. Giolitti votò contro la mozione presentata da Matteotti nella quale si enunciavano le malefatte fasciste nelle elezioni politiche del 1924. Tutti pensavano che le bastonature fossero necessarie a ristabilire l’ordine, poi si sarebbe tornati all’Italia di prima.
Oggi: opposizione divisa, poco graffiante, sinistra assente, logorata da conflitti interni e senza nessuna capacità di guardare oltre i confini del presente.
Oggi come allora una spinta a esaltare il mito della violenza (ieri il futurismo prebellico e l’arditismo post bellico alimentato dal sangue delle trincee, oggi l’individualismo sfrenato che si sfoga nella rete, offende, lapida). Di nuovo Marinetti, ma somiglia a tante, troppe discussioni che puoi ascoltare in un bar: ‘L’ora è venuta di tentare tutte le rivoluzioni per liberare il popolo italiano da tutti i pesi morti’. Se a sostenere questa tesi è addirittura il governo, il gioco è fatto.

La soluzione possibile a questa deriva ha tutte le caratteristiche del bonapartismo. Con i partiti in crisi, in crisi la società di mezzo, in crisi la democrazia parlamentare, di fronte ad una emergenza economico-sociale che da anni falcidia i redditi delle famiglie (povertà dilagante oltre i 5 milioni di italiani, crollo verticale del ceto medio non ancora interrotto), aumentano le probabilità di affidarsi a uomini segnati dal destino. È vero: siamo di fronte a due episodi controversi. Il movimento 5 stelle vince in quanto partito antisistema, mentre la Lega cresce nei sondaggi non in quanto partito organizzato ma quanto a manifestazione di una leadership che si incarna nel ministro dell’interno. È all’uomo che si guarda, solo all’uomo. E quell’uomo interpreta meglio e più di ogni altro la pancia degli italiani. La domanda da farsi è se si tratti o meno di un fenomeno durevole. Non ho motivo di considerarlo diversamente.

Che fare? Presidiare rapidamente la frontiera, e siamo già in ritardo. Se non presentiamo agli italiani un’alternativa riconoscibile, competitiva, seria, il vento evolverà in tempesta. Due tempi per agire: un fronte europeista, largo e senza distinzioni politiche, nell’immediato; nel frattempo preparare una sinistra riformista nuova che affronti con soluzioni adeguate questo tempo. Cinque domande, cinque risposte eretiche rispetto al Novecento: identità, libertà, sicurezza, lavoro, Europa. Tutti punti da declinare dimenticando le soluzioni già provate nel secolo scorso. Ci servono i valori, non quelle risposte.

E soprattutto bisogna parlare agli italiani con verità per ricostruire un ‘racconto nazionale’ nel quale ognuno trovi il suo spazio. Non esistono soluzioni rapide né indolori, non basterà un triennio per riguadagnare un posto al sole quando intorno a noi, grazie a globalizzazione e rivoluzione tecnologica, con una redistribuzione delle forze sul palcoscenico internazionale, il mondo cambia a una velocità sconosciuta spazzando via consuetudini e canoni tradizionali. La verità, solo la verità. Non esistono provvedimenti risolutivi, le illusioni esitano illusioni. Non è abrogabile per legge la povertà, le migrazioni dei popoli non sono assimilabili al migrante italiano che partiva con la valigia di cartone in cerca de La Merica, senza Stati Uniti d’Europa - politiche estere, di difesa, fiscali comuni - l’Europa non giocherà nessun ruolo nel duopolio finale tra USA e Cina, senza muovere con decisione contro lo strapotere delle multinazionali della conoscenza e senza regolamentare l’eccesso di libertà delle grandi società finanziarie il governo dei singoli stati si rivelerà sempre più fragile. Se non si ricuce lo strappo tra nord e sud - il nord come la Baviera, il sud come la Grecia - ogni sforzo rischia di essere vano.
La verità è che c’è bisogno di tempo e di scelte scomode dentro una cornice governata da gruppi dirigenti diffusi, dotati di forte etica pubblica e di una sincera passione per il bene comune. È possibile?

Nella foto: Riccardo Nencini, Senatore della Repubblica Italiana, Storico, Scrittore, Politico  

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